Siamo a Case Secae, un piccolo villaggio di qualche casa, ed il nostro edificio target è di forma pentagonale, forse una sorta di cappella, o battistero.
Giriamo bassi ed al sicuro attorno all’abitato (che è disabitato) e ci portiamo sotto obiettivo. Non è nemmeno mezzogiorno, siamo in anticipo. Ma come dovremo operare? Aspetteremo che il contatto esca per seguirlo fino alla riunione? Entreremo in casa sua per metterlo sotto torchio?
Durante le fasi di studio arriva qualche altra pattuglia Nero, ma non ce ne curiamo. Interrogo Zero che mi conferma che è il caso di fare irruzione e capire che succede.
Lesti e silenziosi siamo alla porta del civico 54 e una volta entrati capiamo che qualcosa è andato fuori dai piani: il pavimento è coperto di sangue, anche se non vi è il corpo. Sul tavolo una ordinanza della magistratura che intima un procedimento a nome del nostro contatto per nientemeno che abuso su minore. Che sia un parente di un bambino abusato la causa della sua violenta dipartita?
Nell’armadio rinveniamo il vestito spedito, si tratta come intuito di una toga rossa con cappuccio e di una maschera, un invito ufficiale alla riunione.
Ci dovremo infiltrare! Che spettacolo!
Sgattaioliamo fuori da questo buco e ci assestiamo poco lontano per capire le info ricevute e trasmetterle a Zero, il quale ci conferma che uno di noi dovrà indicare una coordinata su strada di modo che un driver possa portarci alla riunione del gruppo massonico. Il team ha pochi dubbi a designare me come delegato.
MA che succederà una volta li? Sarà una trappola? Sono i pensieri che mi attanagliano per il resto del pomeriggio.
Siamo diverse ore in anticipo, il pick up avverrà tra le 20 e le 21, i ragazzi dovranno stare fermi anche di più, quindi ha senso allestire campo e ottimizzare la situazione per sistemare attrezzatura e muscoli infiammati.
La zona piano piano viene popolata da pattuglie nero che ripercorrono i nostri passi e a loro volta scoprono la sorpresa.
Sono febbrile, guardo ogni 5 minuti l’orologio in attesa del momento in cui dovrò indossare la toga ed il cappuccio.
Ho modo di curare il tarp meglio delle altre volte: costruisco i picchetti, chiudo l’apertura. I ragazzi staranno bene in mia assenza. Non so quando tornerò, se tornerò o se dovranno venire a liberarmi. È di certo il momento per altri orsetti gommosi.
Arriva il momento, salgo da solo verso il punto designato a bordo strada in attesa dell’ultimo minuto per vestirmi. C’è già qualche “collega” che aspetta ciò che aspetto io.
Alla fine nero mi comunica l’arrivo del pick up, esco sulla strada e mi caricano su un furgone insieme ad altri partecipanti alla riunione. Il cassone è chiuso, e non riesco ad orientarmi su dove ci stanno portando. Sono riuscito a nascondermi addosso il gps, lo scoprirò più tardi.
Il portellone si apre alla fine di fronte ad un edificio, ci fanno scendere. La zona è estremamente pattugliata dagli uomini di Zona -Nera, non è il caso di fare colpi di testa.
In religioso silenzio entriamo nell’edificio e veniamo sottoposti agli scrupolosi accertamenti dagli uomini della sicurezza, che controlla i nostri inviti uno ad uno.
Scortati in un androne, la prima sorpresa. C’è il buffet! Come mi invidia il resto del team!
Dopo un primo momento di imbarazzo iniziale, tutti i presenti si avventano sul buffet stile cavallette, è un buon momento per il morale, dopo due giorni.
Con gli stomaci pieni e qualche grado di alcol in corpo, iniziamo la riunione: è uno spettacolo di musica e fiamme, in cui il capo della setta, l’enfant terrible Giacomo Terenzio spiega i piani che ha nella valle.
Stanno installando il nuovo quartier generale in zona Case Sepae, che probabilmente conterrà la lista degli adepti che ci interessa, hanno a disposizione un drone quantistico a Valcona (si, nell’edificio che avevamo individuato) capace di prevedere gli scenari politici. Terenzio ci dice anche che, in caso di necessita, possiamo raggiungerlo nel suo ufficio a Piaggia, occasione ghiotta per incastrarlo con altre prove.
Ma… al termine della disamina, individua un infiltrato! Sono sicuro che un brivido gelido ha attraversato la schiena di tutti i presenti pensando di poter essere egli stesso. Fortunatamente, comunque non sono io; la talpa viene portata via dagli uomini di sicurezza e giustiziata.
Caricati sui furgoni, veniamo riportati al punto di pick up, dove devo ritrovare il resto della mia pattuglia.
Entro nel rifugio… ci sono 40 gradi e quei due sono infilati nei sacchi a pelo... è il momento per un paio di ore di riposo anche per me, ma a differenza loro, io dormo solo con la mimetica in quella sauna che si è creata.
GIORNO 3
L’idea è di perlustrare prima l’ufficio di Terenzio a Piaggia alla ricerca di altre prove compromettenti e solo all’imbrunire dell’ultima notte, penetrare nella nuova sede dell’organizzazione per recuperare la preziosa lista dei soci.
Ci rimettiamo in marcia, dopo una serie di orsetti gommosi; Piaggia non è vicina e tra noi e lei ci sono diverse ascese da fare.
La zona del passo, dove in precedenza abbiamo fatto ricognizione sulla casa del contatto è però ora fortemente presidiata. Assestati dietro un rudere, veniamo sopresi dall’arrivo di una pattuglia. Immobili! Se ci vedono siamo fritti! Gli operatori temporeggiano facendosi foto sul crinale, e ve lo assicuro, nello sfondo di alcune loro foro hanno inconsapevolmente ritratto anche noi. Se guarderanno attentamente vedranno di sfondo la mia canna puntata su di loro.
Siamo fortunati, incredibilmente non ci vedono e, una volta fatti sfilare, scendiamo veloci verso Piaggia.
E’ pieno giorno, e l’ufficio di Terenzio è in un edificio oltre la provinciale. Il rischio è grosso, ma non vediamo pattuglie o fir in zona. Decisione rapida, e fulminei scendiamo in paese, sfondiamo la porta dell’edificio e ci apprestiamo a perlustrarlo. Nell’ufficio del boss c’è un computer acceso, infiliamo la chiavetta usb ed il tecnico Bad provvede a copiare informazioni compromettenti sul supporto.
Terenzio è ritratto in alcune foto con Xi Jinping, Trump e Putin, segnale che l’influenza di Zona nera va ben oltre i confini nazionali.
Rapidi allo stesso modo usciamo dall’edificio, e, ripercorsi i nostri passi all’indietro, ci infrattiamo tra le case abbandonate in quota a Piaggia per riprendere fiato. Siamo consapevoli di aver fatto bene finora ma è ancora pieno giorno e dobbiamo risalire il passo, evitare a contro che pattuglia proprio sul valico e decidere come agire sul prossimo, e probabilmente più importante obiettivo, la nuova sede dell’organizzazione dove, ormai con ogni probabilità è contenuto l’archivio degli adepti a zona nera.
La risalita è stanca, e le gambe cominciano a mostrare il peso delle decine di ore su e giù per i terrazzamenti. La mulattiera che ci porta in altezza verso il passo è scoperta e dobbiamo procedere con cautela. Arrivati al valico, e dopo aver velocemente controllato la situazione, scavalchiamo la cima e ci dirigiamo allo stesso punto di cache di qualche tempo prima, dove ricaricheremo le batterie, sia in senso figurato che letterale, e deciderò cosa fare.
Arrivati in zona sicura, ritengo utile muoverci ancora con la luce, arrivare a Case Sepae, dove si trova l’edificio target, e fare recon sulla situazione, per studiare i movimenti della contro e scegliere il momento migliore per una direct action.
La zona intorno a noi è però, a differenza dei giorni scorsi, molto pattugliata e, anche sdraiati sul prato a godere di un caldo sole, sentiamo le voci delle pattuglie intorno a noi, e qualche scontro indica la presenza anche di altri incursori.
Non c’è modo di fare il tratto che ci separa da Case Sepae tutto fuori sentiero, la discesa è impervia e non abbiamo modo di prevedere la morfologia del territorio oltre 50/80 metri a vista. Attendiamo quindi che gli operatori di stanza sul sentiero facciano ritorno verso Valcona Soprana, li seguiremo a distanza e non appena possibile, ci trasferiremo fuori traccia per avvicinarci al target.
Passano diversi minuti prima del momento buono, e solo quando sentiamo le voci allontanarsi nella direzione corretta, procediamo come faine sui loro passi, senza che se ne accorgano.
Alcune centinaia di metri dopo, il gps mi indica che le curve di livello alla nostra destra, verso valle, si ammorbidiscono, è quindi il momento favorevole per iniziare l’avvicinamento a la nuova sede.
Arriviamo vicini, ma coperti ed in quota e possiamo assistere alla lenta danza delle pattuglie Opfor che girano attorno agli edifici. Siamo a circa 150mt, ma assolutamente invisibili. È primo pomeriggio, e una pattuglia da 4 operatori fa capolino ogni 20 minuti sul target. Chiediamo, come da nostra opportunità, una recon con drone a Zero, la quale ci rivela che altri 4 operatori sono stanziali sulle posizioni. 8 operatori, di giorno, in tre, sono decisamente troppi da affrontare con un ragionevole margine di sicurezza.
L’obiettivo sono in realtà due edifici a più livelli, in costruzione, che si affacciano l’un l’altro separati solo da una angusta stradina: i cattivi, come ci mostrano le riprese, sono anche sui balconi ed all’interno delle stanze. E’ imprendibile al momento.
Dobbiamo attendere l’imbrunire per fare in modo di coglierli almeno di sorpresa.
Evidentemente però, la stessa valutazione è stata fatta dalle altre squadre di incursori, infatti la zona inizia a brulicare di persone intorno a noi. Non è un buon presagio, difatti prevedo che la finestra utile per attaccare saà circa dalle 21, calo pieno della luce, alla 1 circa. Successivamente ogni pattuglia dovrà cominciare a pensare all’esfiltro, per non arrivare oltre l’orario limite delle 7 del mattino.
Una finestra di 4 ore, per molti team, esclude pero l’approccio stealth, temo. E difatti, arrivate le 21 circa, approcciamo l’obiettivo. Abbiamo nel raggio di 30 metri altre 6 pattuglie che affollano un punto di ingresso. La situazione non è favorevole.
A questo punto diventa evidente il fatto che, avendo parificato le pattuglie con la riunione e con questo obiettivo che potrebbe essere svolto solo in notturna, l’organizzazione ha sottovalutato quanto sarebbe potuto succedere. Nella stradina che sovrasta l’obiettivo ci troviamo 7 team, in piedi che devono decidere cosa fare. Chi vuole esfiltrare, chi vuole attaccare tutti insieme. Non mi sembra il caso di dover esfiltrare dopo 75 ore senza vedere l’obiettivo finale.
Certo è che, anche attraverso l’uso dei tracker che segna le posizioni di ogni pattuglia, si sarebbe potuta organizzare meglio la cosa: sarebbe bastato, una volta visto che 9 (!!!) pattuglie di incursori erano in zona ancora con la luce e diverse ore prima del tramonto, organizzare turni di pattugliamento degli operatori a difesa per dare modo di attaccarlo anche di giorno. Richiudere 16 pattuglie in 4 ore scarse di finestra operativa è stato un danno operativo e non mi sento di aver fatto la scelta sbagliata nel decidere di chiedere comunque luce verde.
Ci avviciniamo ancora e provo a chieder luce verde a Zero, che me la conferma immediatamente. Non perdiamo tempo, l’obiettivo però si rivela già occupato da un’altra pattuglia in esfiltro.
Non possiamo tornare indietro ormai, quindi procediamo alla perlustrazione completa dei vari edifici, dal piano terra al secondo piano. Troviamo un ufficio illuminato, con i progetti della costruzione della nuova sede, ma nessun archivio. Fatichiamo a renderci conto il da farsi, ma rientrando nel vano, notiamo una botola di metallo sul pavimento. Alzato il coperchio, una scala porta in un sotterraneo. Mentre io e bad teniamo la difesa, bulldog chiede le anguste scale e trova finalmente l’archivio, preleva la lista che ci interessa e riappare al nostro livello.
Usciamo di corsa, vedendo altre pattuglie che affollano l’obiettivo, e ci assestiamo al buio poco lontano, per comunicare a Zero la riuscita dell’incursione e per trasmettere a loro le foto della lista. OBJ acquisito.
E’ tempo di dirigersi al punto di esfiltro. Finora ero terrorizzato di doversi mettere una vita per esfiltrare: dovevamo ripercorrere i passi del secondo giorno, andare tutto a nord, ridiscendere verso sud dal versante opposto, guadare di nuovo e risalire verso le macchine. Guardo il gps: Ehi, aspetta! C’è un sentierino che attraversa Valcona Sottana, scende verso un ponte su un affluente del Tanarello e poi verso il ponte Tanarello stesso, permettendoci di tagliare diversi km. Spero solo che il ponti siano in piedi.
Ci incamminiamo al buio, transitando dal ponte stradale attraversato il giorno prima per andare a case Secae ed entriamo in Valcona Sottana. Sembra tutto libero, ma mentre attraversiamo il paese veniamo sopresi da una pattuglia, che completamente al buio ci aspettava. Io e bad cadiamo sotto i loro colpi ma bulldog fa piazza pulita dei primi operatori. L’ultimo si nasconde dietro una casa, seduto su un muretto, con bulldog che lo aspetta. Non ha senso, dovrebbero essere loro a darci la caccia, quindi scegliamo saggiamente di rompere l’ingaggio e procedere a grandi passi verso il sentiero dell’esfiltro.
LA mulattiera che conduce al primo ponte è buia e solitaria e la sensazione che ci da è quella di non essere stata calcata da anima viva da molto tempo. I soliti alberi caduti interrompono la regolarità dei nostri passi ed il rumore del fiume in valle ci anticipa con il suo ruggito l’arrivo al primo ponte. Sarà percorribile? Un guado ora sarebbe un pugno troppo forte per morale e fisico.
Per fortuna, è in piedi, anche se fatto di assi marce. Lo attraversiamo velocemente in apnea e tosti continuiamo il cammino verso il ponte numero due, sul Tanarello.
Anche questa volta, la fortuna ci assiste e attraversiamo con facilità la struttura di pietra che sovrasta il corso d’acqua.
Non ci resta che salire di quota per raggiungere San Bernardo e poi fare l’ultimo pezzo di provinciale che ci porterà fuori area operativa. Siamo un po’ in anticipo rispetto all’orario minimo di esfiltro, pertanto siamo costretti a congelarci per un’oretta imboscati in paese, sul cemento.
Manca ormai poco, e con l’orologio alla mano, comunichiamo l’avvenuto esfiltro.
Il doblò di bulldog che ci ha portato fino qui 4 giorni fa, da lontano appare come un caldo letto che ci aspetta, come è normale che sia dopo 80 ore di fatica.
AL traccia del gps indica poco più di 60km percorsi, una distanza che però non racconta a pieno l’avventura che abbiamo portato a termine.
Mesi di preparazione, sia fisica che tecnica da parte di tutto il gruppo per affrontare in autosufficienza qualcosa che non era mai stato fatto prima nel panorama softair italiano. Non siamo ancora consapevoli del risultato, ma ce ne renderemo conto nei prossimi giorni.
E’ stato qualcosa di epico, come epico è stata la risposta dei miei compagni di viaggio, con cui ci siamo sostenuti a vicenda nei momenti di sconforto e difficoltà e spronati quando una decisione avrebbe potuto cambiare le sorti dell’evento.
Mai una sbavatura, mai uno scazzo, ma un dubbio.
Tre anni per organizzare questo evento da parte degli amici della 17ma Ranger sono stati ripagati in ogni minuto di queste 84h: rendere possibile tutto questo, è gia di per se un successo incredibile.
Ci hanno permesso di agire con i tempi corretti e conformi alla realtà ci hanno messo di fronte a situazioni che finora non erano state nemmeno pensate. Grazie a ognuno di voi, al vostro impegno ed al vostro “crederci”. Ci vediamo tra 3 anni per 100 ore? Non vediamo l’ora onestamente.