Autore Topic: Debriefing [84h] WDW2026 Perpetuum Imperium  (Letto 2150 volte)

Tritolo

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Debriefing [84h] WDW2026 Perpetuum Imperium
« il: Maggio 11, 2026, 08:06:21 am »
6 novembre 2024. Sono di ritorno da un evento in cui ho sofferto fisicamente come non mai. La cosa è talmente evidente che Joker, il mio padre putativo nel softair, afferma “Tritolo non è più Tritolo”.

Mercoledì 29 aprile 2026. Non avevo il 6 davanti sulla bilancia da quando di anni ne avevo 14, sono in foma smagliante… e mi servirà.

La conferma della partecipazione come in interdizione alla WDW 26 arriva a metà agosto precedente, da una telefonata con Daniele/Ansia, mente e cuore di questo evento. E’ una sfida come non ce ne sono mai state, 84h ore in autosufficienza, in territorio ligure, che già nella precedente edizione, di “solo” 72h ci ha fatto uno sgambetto che poteva evitarsi.

Questa volta sarò senza i miei soliti compagni di squadra, Paul e Snake, ma avrò come me le giovani gambe e schiene di Bad Boy e Bulldog, che certo, non sono novellini. Sono contento del team, anche se meno irruenti rispetto al Gatto e la Volpe sopracitati, sarà certamente più interessante sviluppare con loro la parte tecnica e tattica.

La storia che ci farà da contorno in questa WDW parla di una nuova loggia massonica che sta cercando di influenzare gli equilibri globali, e che in questi giorni avrà attività nell’alta valle. Dovremo documentare la riunione, la lista degli adepti, gli intenti e i siti sensibili, per dar modo alle forze dell’ordine di procedere con i successivi arresti.

PIANIFICAZIONE

Non si può lasciare nulla al caso, nulla di intentato. Gli opord arrivano scarni ed essenziali come da stile WDW: c’è una nuova loggia massonica da contrastare, qualche zona di interesse ed il certo supporto di OPCOM (Zero), voce che ci ha fatto compagnia e dato supporto in tutte le edizioni della wdw.

L’area operativa è essenzialmente una valle a forma di T rovesciata, un versante che affaccia verso nord, che va da Mendatica a Monesi di Triora, primo punto di ricerca, tagliata dal torrente Tanarello e, nel ramo perpendicolare, due costoni che si guardano reciprocamente. Su quello affacciato ad est, si stagliano Valcona Soprana e Valcona Sottana, due villaggi semi abbandonati su cui saranno puntati i nostri occhi.

La zona è davvero estesa, ma abbiamo fortunatamente tanto tempo per agire e non ha senso quindi rischiare di portarci sotto le zone calde senza prima aver raccolto info a riguardo. E’ per questo motivo che devido di infiltrare da Sud-Est, in un punto nemmeno vicino al confine AO, scender fino al Tanarello, Attraversare il ponte e risalire lentamente sulla vallata ad est, in modo da poter recognire a distanza le nostre zone di interesse.

Quello che ci preoccupa è l’acqua. 4 giorni fuori stanno a significare un quantitativo di acqua importante: quanto facciamo? 10? 8? 6? Non la portiamo? Per non appesantirci troppo, visto che ci aspettano diversi km e metri di dislivello, optiamo per 6lt a testa circa, avremo i filtri e le pastiglie potabilizzanti, integreremo i liquidi una volta in campo.

E‘ importante selezionare accuratamente l’attrezzatura, ma gli zaini, in un modo o nell’altro saranno comunque pesantissimi.

GIORNO 1 E MEZZO

Partiamo verso le 11 da casa mia, l’idea è pranzare per strada, arrivare con calma e muoverci due ore prima dell’infiltro ufficiale per raggiungere l’AO. Il nostro parcheggio è infatti distante dal punto di infiltro, e per arrivare ad essere operativi dovremo percorrere prima circa 5km.

Il viaggio scorre tranquillo, a parte il fatto che bulldog ha scordato i panini per cena sul tavolo, fino a che un certo languorino colpisce i nostri stomaci, e allora bad, da uomo navigato, propone un posto che “conosce lui” a Novi ligure. Poco distante dall’uscita in effetti il posto c’è: una bettola all’interno di una azienda abbandonata, con insegna crollata e di fronte un soppalco in legno sfondato dall’acqua piovana. Insomma, il posto adatto.

Pranziamo con una serie di “camionisti in trattoria” e, dopo aver pagato, prendiamo il biglietto da visita di una certa Ginevra Pornostar, che non si sa mai. Sarebbe stato Paternoster, ma gli ormoni hanno ingannato il lettore.

 

Arrivati in valle, iniziamo ad ammirare la bellezza, e la durezza, dell’ambiente che ci aspetta, con pendii ripidi e terrazzamenti che non vedono l’ora di mettere alla prova le nostre gambe e schiene cariche con gli zaini da 25kg.

Parcheggiamo nel punto previsto, ci agghindiamo per la festa, Bulldog si carica Irene, che è il suo zaino, non sua figlia stavolta, ed iniziamo l’avvicinamento al nostro punto d’infiltro. La prima parte è una lunga discesa su una mulattiera coperta di foglia secche e scivolose che ci porterà al fiume Tanarello, superato il quale inizieremo la salita verso il primo OP. L’idea è di arrivare velocemente al punto, trovare un varco ideale nella vegetazione ed osservare da lontano i tre punti noti per carpirne i movimenti sospetti ed agire di conseguenza nei giorni successivi.

Primo intoppo: il ponte… non c’è. Dovremo guadare. La corrente è notevole e sebbene l’acqua arrivi appena al ginocchio, siamo preoccupati di finire in acqua lunghi e tirati ed avere quindi tutta l’attrezzatura zuppa. Qualche corso di sopravvivenza mi ricorda l’approccio giusto: guaderemo avvinghiati a braccetto, affinché possiamo essere ognuno il sostegno dell’altro. Entriamo in acqua. Per i primi due passi ammetto di averci creduto. Ma poi l’acqua fa effettivamente ingresso negli scarponi. Gli anfibi in goretex sono una figata, ti tengono i piedi asciutti dall’acqua che arriva dall’esterno, ma hanno il piccolo difetto di diventare dei sacchetti ermetici quando l’acqua è già all’interno.

 Prima ora, e siamo già con i piedi zuppi, ne mancano solo 83.

Salire all’op si rivela tutt’altro che facile, il sentiero previsto è stato inghiottito dalla vegetazione e numerosi alberi caduti si interpongono nel nostro cammino. Ore 20:35, siamo al punto di infiltro.

Cala il buio e, dalle aperture nella vegetazione, scrutiamo attraverso il fido nasone ciò che si presenta al di là della valle: possiamo vedere Monesi di Mendatica, Valcona Soprana e Valcona Sottana, ma nulla al di fuori delle luci cittadine attira la nostra attenzione. Soltanto delle luci verdi in verticale paiono essere un elemento di disturbo della quiete dei borghi, ma si rivela essere soltanto una sbarra che limita o meno l’accesso alla SP100 in caso di frane o blocchi stradali.

 

Passiamo qualche ora così, ed analizzando la situazione, mi rendo conto che, al contrario di quanto pianificato, anche di giorno scendere da quel costone è troppo pericoloso e soprattutto non posso avere visione chiara di tutto il percorso. Cambio quindi strategia e, dopo aver riposato qualche ora, ripartiremo prima dell’alba lungo lo stesso sentiero, andremo all’estremo nord dell’AO, aggireremo la valle e ci porteremo quindi sulla vallata opposta, quella dove sono adagiati i punti di interesse, facendo recon ravvicinata. Montiamo quindi il tarp per bivaccare un momento e, almeno una cosa che va secondo i pianti, la configurazione è adatta a tre persone, possiamo star comodi. Bad sfoggia la rivelazione dell’evento: orsetti gommosi. Vivamente consigliamo di inserirlo in ogni setup.

Al momento di ripartire però, il team perde un elemento: il guanto sinistro di Bad non si trova, farà le successive 75 ore senza di lui.

Rimettersi gli anfibi bagnati è di certo una tortura dopo essere usciti dai sacchi a pelo, ma la sensazione sparisce dopo pochi passi, quando il cuore ricomincia a pompare ossigeno e la temperatura corporea sale.

È quasi l’alba, e qualche goccia di pioggia ci fa maledire le ottime previsioni meteo della partenza, ma alternando fasi di cammino con altre di osservazione, per fortuna ci rendiamo conto essere solo una nuvola passeggera.

Arriviamo a nord con la luce ben alta nel cielo, il che renderà il passaggio su un pezzo di statale piu rischioso del previsto. Non abbiamo comunque alternative, e dopo aver interrogato Zero sullo stato delle FIR in zona, proseguiamo a passo svelto. A nord ritroviamo il punto di infiltro della gran parte delle altre pattuglie. Forse forse ho sbagliato la scelta, o almeno, non ha ripagato con l’osservazione.

 

GIORNO 2

Orsetti gommosi .A questo punto il piano di missione varia: ci avvicineremo agli obiettivi, per cercare siti sensibili ed altre informazioni. Il lungo trasferimento fino alla zona in quota sopra agli obiettivi è uno stanco trascinarsi su una strada bianca che attraversa il costone scosceso, e procede senza intoppi a parte qualche zona di attenzione. Arriviamo quindi a una zona di dolce degrado verso valle ed è li che, dopo aver ripreso fiato qualche minuto e riacquistato la circolazione alle braccia, inibita dal peso dello zaino che ci ha già segato le spalle, installiamo un nuovo OP.

Questa volta è proficuo, siamo proprio in quota rispetto a Valcona soprana e la luce del giorno ci svela movimento di operatori e mezzi attorno. Individuiamo un possibile punto sensibile, una edificio posto trasversalmente con una facciata in legno ed il tetto in alluminio. Facciamo qualche foto con la nostra attrezzatura fotografica e, via gps, faccio il punto.

Trasferisco a Zero, che ci segue costantemente, le coordinare e che ci conferma l’obiettivo.

Poco dopo, la prima informazione del nostro “infiltrato” in zona operazioni ci sconvolge di nuovo i piani di missione: dovremo incontrarlo in un edificio a Monesi di Mendatica entro le 10 del mattino seguente. Il caseggiato non è precisamente indicato, ma sarà contrassegnato da una striscia grigia sulla pareti e dalla bandiera italiana esposta dal nostro amico.

Dopo esserci riassestati con gli orsetti gommosi, ripartiamo subito alla volta del passo che vi condurrà ad punto di osservazione idealizzato su Monesi di Mendatica, il quale ci darà anche opportunità di fare recon anche su Monesi di Triora, uno dei siti evidenziati in origine dalla mappa.

L’arrivo alla coordinata scelta non è difficoltosa, e la zona, in passo a cavallo tra due valli, ci permette una visione straordinaria. Il fido nasone ci mette ben poco a scovare la bandiera italiana che identifica il contatto, ma…. Si trova sul versante opposto. Dovremo scendere, quasi allo scoperto, attraversare Piaggia/Briga Alta, passare il Tanarello e scalare fino alla casa identificata.

Decido per una cache, e dopo aver individuato un punto ideale per lasciare gli zaini invisibili, ci carichiamo dello stretto necessario. Orsetti gommosi . “Bulldog ma che cosa porti a fare tutta sta roba, staremo via un’ora”. Le ultime parole famose.

La discesa è quasi rilassante, affrontiamo i terrazzamenti sfruttando l’erba come scivolo naturale ed in me che non si dica siamo al bordo della sp100, pronti a trovare il modo di attraversare la valle ed il suo fiume.

I pendii sono ripidi e franati, ed è da escludere un altro guado, gli anfibi si sono appena asciugati. Dall’alto avevamo individuato una strada sterrata sotto la provinciale, che potrebbe portarci ad una via di accesso.

Dobbiamo però attraversare completamente Piaggia, ci riportiamo quindi un po in quota per farlo nella maniera più coperta possibile. Passeggiamo sulle stradine del paese guardinghi ad ogni angolo per evitare la contro. Ed in effetti, una pattuglia sta attraversando poco sotto di noi l’abitato.

Ci dileguiamo al lato ovest del borgo, dietro un angolo. È il momento di scendere davvero sulla provinciale, momento ad alto rischio.

A passi veloci procediamo verso il punto più basso, e quando pensiamo ormai di essere al sicuro, transita una fir. Ci ha visto? Nooo, se ne sta andando. Aspetta, fa inversione. Viaaaaa, corriamo a perdifiato sulla sterrata, scambiamo qualche colpo con gli operatori che provano ad inseguirci ma facciamo a tempo a rompere l’ingaggio ed esfiltrare senza subire perdite e senza farci riconoscere.

La sterrata corre parallela alla provinciale qualche decina di metri più in basso, ma pare non portare da nessuna parte. Nel tragitto della ricerca incontriamo altri incursori intenti nella nostra stessa ricerca di un passaggio, mi chiedono addirittura la corda (che ho nello zaino in cache) ma non sembra il caso di rischiare cosi tanto.

Guardo il gps, e l’unica via pare una strada interrotta che costeggia la valle e attraverso un ponte porta a Monesi di Mendatica. Bulldog me lo aveva detto, ma la traccia era interrotta e, guardandoci in giro e viste le frane, non avrei sperato di passare. Ma la sua intuizione era corretta, e la strada seppur franata, ci conduce esattamente dove volevamo andare. Anzi, non essendo percorribile via gomma, ci tiene al riparo dalle fir.

Arrivati sottoporta col contatto, ci fa entrare silenziosamente e ci consegna nel mutismo più assoluto un pizzino con alcune informazioni. Ha un altro possibile gancio per la riunione, un probabile adepto che vi parteciperà, abitante a Case Secae e a cui ha recapitato un pacco contenente un vestito. Ipotizzo sia una sorta di toga per la partecipazione alla riunione che si terra domani sera.

Dovevamo star via un’ora, ne sono passate 6. E’ tempo di ripercorrere i nostri passi all’indietro e risalire il crinale fino alla cache, riposare e rimetterci in marcia fino alla casa designata per studiare la situazione.

Montato il fido tarp, qualche ora di sonno ci fa dimenticare le spalle segate e le ginocchia dolenti. Orsetti gommosi. Ripartiamo con il buoi verso lo stesso punto di osservazione precedente sopra Valcona Soprana, dove scenderemo alle prime luci dell’alba dal costone fuori traccia, per arrivare ad un torrente che divide in linea teorica le due Valcona con Case Secae.

La discesa è comoda ed interrotta solo per una veloce colazione, ma arrivati a fondo valle, ci rendiamo conto che il torrente è ancora una volta invalicabile: pareti verticali fanno da confine ad un rigagnolo di acqua ma dalla corrente impetuoso. L’unica soluzione è transitare dal ponte stradale. Devo pero sentire Zero, far controllare la traccia termica per avere la certezza che non sia in arrivo nessun Fir, e, tutto di un fiato attraversare con i ragazzi le poche centinaia di metri di asfalto.

VIDERE NEC VIDERI

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Re:Debriefing [84h] WDW2026 Perpetuum Imperium
« Risposta #1 il: Maggio 11, 2026, 08:06:32 am »
Siamo a Case Secae, un piccolo villaggio di qualche casa, ed il nostro edificio target è di forma pentagonale, forse una sorta di cappella, o battistero.

Giriamo bassi ed al sicuro attorno all’abitato (che è disabitato) e ci portiamo sotto obiettivo. Non è nemmeno mezzogiorno, siamo in anticipo. Ma come dovremo operare? Aspetteremo che il contatto esca per seguirlo fino alla riunione? Entreremo in casa sua per metterlo sotto torchio?

Durante le fasi di studio arriva qualche altra pattuglia Nero, ma non ce ne curiamo. Interrogo Zero che mi conferma che è il caso di fare irruzione e capire che succede.

Lesti e silenziosi siamo alla porta del civico 54 e una volta entrati capiamo che qualcosa è andato fuori dai piani: il pavimento è coperto di sangue, anche se non vi è il corpo. Sul tavolo una ordinanza della magistratura che intima un procedimento a nome del nostro contatto per nientemeno che abuso su minore. Che sia un parente di un bambino abusato la causa della sua violenta dipartita?

Nell’armadio rinveniamo il vestito spedito, si tratta come intuito di una toga rossa con cappuccio e di una maschera, un invito ufficiale alla riunione.

Ci dovremo infiltrare! Che spettacolo!

Sgattaioliamo fuori da questo buco e ci assestiamo poco lontano per capire le info ricevute e trasmetterle a Zero, il quale ci conferma che uno di noi dovrà indicare una coordinata su strada di modo che un driver possa portarci alla riunione del gruppo massonico. Il team ha pochi dubbi a designare me come delegato.

MA che succederà una volta li? Sarà una trappola? Sono i pensieri che mi attanagliano per il resto del pomeriggio.

Siamo diverse ore in anticipo, il pick up avverrà tra le 20 e le 21, i ragazzi dovranno stare fermi anche di più, quindi ha senso allestire campo e ottimizzare la situazione per sistemare attrezzatura e muscoli infiammati.

La zona piano piano viene popolata da pattuglie nero che ripercorrono i nostri passi e a loro volta scoprono la sorpresa.

Sono febbrile, guardo ogni 5 minuti l’orologio in attesa del momento in cui dovrò indossare la toga ed il cappuccio.

Ho modo di curare il tarp meglio delle altre volte: costruisco i picchetti, chiudo l’apertura. I ragazzi staranno bene in mia assenza. Non so quando tornerò, se tornerò o se dovranno venire a liberarmi. È di certo il momento per altri orsetti gommosi.

Arriva il momento, salgo da solo verso il punto designato a bordo strada in attesa dell’ultimo minuto per vestirmi. C’è già qualche “collega” che aspetta ciò che aspetto io.

Alla fine nero mi comunica l’arrivo del pick up, esco sulla strada e mi caricano su un furgone insieme ad altri partecipanti alla riunione. Il cassone è chiuso, e non riesco ad orientarmi su dove ci stanno portando. Sono riuscito a nascondermi addosso il gps, lo scoprirò più tardi.

Il portellone si apre alla fine di fronte ad un edificio, ci fanno scendere. La zona è estremamente pattugliata dagli uomini di Zona -Nera, non è il caso di fare colpi di testa.

In religioso silenzio entriamo nell’edificio e veniamo sottoposti agli scrupolosi accertamenti dagli uomini della sicurezza, che controlla i nostri inviti uno ad uno.

Scortati in un androne, la prima sorpresa. C’è il buffet! Come mi invidia il resto del team!

Dopo un primo momento di imbarazzo iniziale, tutti i presenti si avventano sul buffet stile cavallette, è un buon momento per il morale, dopo due giorni.

Con gli stomaci pieni e qualche grado di alcol in corpo, iniziamo la riunione: è uno spettacolo di musica e fiamme, in cui il capo della setta, l’enfant terrible Giacomo Terenzio spiega i piani che ha nella valle.

Stanno installando il nuovo quartier generale in zona Case Sepae, che probabilmente conterrà la lista degli adepti che ci interessa, hanno a disposizione un drone quantistico a Valcona (si, nell’edificio che avevamo individuato) capace di prevedere gli scenari politici. Terenzio ci dice anche che, in caso di necessita, possiamo raggiungerlo nel suo ufficio a Piaggia, occasione ghiotta per incastrarlo con altre prove.

Ma… al termine della disamina, individua un infiltrato! Sono sicuro che un brivido gelido ha attraversato la schiena di tutti i presenti pensando di poter essere egli stesso. Fortunatamente, comunque non sono io; la talpa viene portata via dagli uomini di sicurezza e giustiziata.

Caricati sui furgoni, veniamo riportati al punto di pick up, dove devo ritrovare il resto della mia pattuglia.

Entro nel rifugio… ci sono 40 gradi e quei due sono infilati nei sacchi a pelo... è il momento per un paio di ore di riposo anche per me, ma a differenza loro, io dormo solo con la mimetica in quella sauna che si è creata.

GIORNO 3

L’idea è di perlustrare prima l’ufficio di Terenzio a Piaggia alla ricerca di altre prove compromettenti e solo all’imbrunire dell’ultima notte, penetrare nella nuova sede dell’organizzazione per recuperare la preziosa lista dei soci.

Ci rimettiamo in marcia, dopo una serie di orsetti gommosi; Piaggia non è vicina e tra noi e lei ci sono diverse ascese da fare.

La zona del passo, dove in precedenza abbiamo fatto ricognizione sulla casa del contatto è però ora fortemente presidiata. Assestati dietro un rudere, veniamo sopresi dall’arrivo di una pattuglia. Immobili! Se ci vedono siamo fritti! Gli operatori temporeggiano facendosi foto sul crinale, e ve lo assicuro, nello sfondo di alcune loro foro hanno inconsapevolmente ritratto anche noi. Se guarderanno attentamente vedranno di sfondo la mia canna puntata su di loro.

Siamo fortunati, incredibilmente non ci vedono e, una volta fatti sfilare, scendiamo veloci verso Piaggia.

E’ pieno giorno, e l’ufficio di Terenzio è in un edificio oltre la provinciale. Il rischio è grosso, ma non vediamo pattuglie o fir in zona. Decisione rapida, e fulminei scendiamo in paese, sfondiamo la porta dell’edificio e ci apprestiamo a perlustrarlo. Nell’ufficio del boss c’è un computer acceso, infiliamo la chiavetta usb ed il tecnico Bad provvede a copiare informazioni compromettenti sul supporto.

Terenzio è ritratto in alcune foto con Xi Jinping, Trump e Putin, segnale che l’influenza di Zona nera va ben oltre i confini nazionali.

 

 

 

Rapidi allo stesso modo usciamo dall’edificio, e, ripercorsi i nostri passi all’indietro, ci infrattiamo tra le case abbandonate in quota a Piaggia per riprendere fiato. Siamo consapevoli di aver fatto bene finora ma è ancora pieno giorno e dobbiamo risalire il passo, evitare a contro che pattuglia proprio sul valico e decidere come agire sul prossimo, e probabilmente più importante obiettivo, la nuova sede dell’organizzazione dove, ormai con ogni probabilità è contenuto l’archivio degli adepti a zona nera.

La risalita è stanca, e le gambe cominciano a mostrare il peso delle decine di ore su e giù per i terrazzamenti. La mulattiera che ci porta in altezza verso il passo è scoperta e dobbiamo procedere con cautela. Arrivati al valico, e dopo aver velocemente controllato la situazione, scavalchiamo la cima e ci dirigiamo allo stesso punto di cache di qualche tempo prima, dove ricaricheremo le batterie, sia in senso figurato che letterale, e deciderò cosa fare.

Arrivati in zona sicura, ritengo utile muoverci ancora con la luce, arrivare a Case Sepae, dove si trova l’edificio target, e fare recon sulla situazione, per studiare i movimenti della contro e scegliere il momento migliore per una direct action.

La zona intorno a noi è però, a differenza dei giorni scorsi, molto pattugliata e, anche sdraiati sul prato a godere di un caldo sole, sentiamo le voci delle pattuglie intorno a noi, e qualche scontro indica la presenza anche di altri incursori.

Non c’è modo di fare il tratto che ci separa da Case Sepae tutto fuori sentiero, la discesa è impervia e non abbiamo modo di prevedere la morfologia del territorio oltre 50/80 metri a vista. Attendiamo quindi che gli operatori di stanza sul sentiero facciano ritorno verso Valcona Soprana, li seguiremo a distanza e non appena possibile, ci trasferiremo fuori traccia per avvicinarci al target.

Passano diversi minuti prima del momento buono, e solo quando sentiamo le voci allontanarsi nella direzione corretta, procediamo come faine sui loro passi, senza che se ne accorgano.

Alcune centinaia di metri dopo, il gps mi indica che le curve di livello alla nostra destra, verso valle, si ammorbidiscono, è quindi il momento favorevole per iniziare l’avvicinamento a la nuova sede.

Arriviamo vicini, ma coperti ed in quota e possiamo assistere alla lenta danza delle pattuglie Opfor che girano attorno agli edifici. Siamo a circa 150mt, ma assolutamente invisibili. È primo pomeriggio, e una pattuglia da 4 operatori fa capolino ogni 20 minuti sul target. Chiediamo, come da nostra opportunità, una recon con drone a Zero, la quale ci rivela che altri 4 operatori sono stanziali sulle posizioni. 8 operatori, di giorno, in tre, sono decisamente troppi da affrontare con un ragionevole margine di sicurezza.

L’obiettivo sono in realtà due edifici a più livelli, in costruzione, che si affacciano l’un l’altro separati solo da una angusta stradina: i cattivi, come ci mostrano le riprese, sono anche sui balconi ed all’interno delle stanze. E’ imprendibile al momento.

Dobbiamo attendere l’imbrunire per fare in modo di coglierli almeno di sorpresa.

Evidentemente però, la stessa valutazione è stata fatta dalle altre squadre di incursori, infatti la zona inizia a brulicare di persone intorno a noi. Non è un buon presagio, difatti prevedo che la finestra utile per attaccare saà circa dalle 21, calo pieno della luce, alla 1 circa. Successivamente ogni pattuglia dovrà cominciare a pensare all’esfiltro, per non arrivare oltre l’orario limite delle 7 del mattino.

Una finestra di 4 ore, per molti team, esclude pero l’approccio stealth, temo. E difatti, arrivate le 21 circa, approcciamo l’obiettivo. Abbiamo nel raggio di 30 metri altre 6 pattuglie che affollano un punto di ingresso. La situazione non è favorevole.

A questo punto diventa evidente il fatto che, avendo parificato le pattuglie con la riunione e con questo obiettivo che potrebbe essere svolto solo in notturna, l’organizzazione ha sottovalutato quanto sarebbe potuto succedere. Nella stradina che sovrasta l’obiettivo ci troviamo 7 team, in piedi che devono decidere cosa fare. Chi vuole esfiltrare, chi vuole attaccare tutti insieme. Non mi sembra il caso di dover esfiltrare dopo 75 ore senza vedere l’obiettivo finale.

Certo è che, anche attraverso l’uso dei tracker che segna le posizioni di ogni pattuglia, si sarebbe potuta organizzare meglio la cosa: sarebbe bastato, una volta visto che 9 (!!!) pattuglie di incursori erano in zona ancora con la luce e diverse ore prima del tramonto, organizzare turni di pattugliamento degli operatori a difesa per dare modo di attaccarlo anche di giorno. Richiudere 16 pattuglie in 4 ore scarse di finestra operativa è stato un danno operativo e non mi sento di aver fatto la scelta sbagliata nel decidere di chiedere comunque luce verde.

Ci avviciniamo ancora e provo a chieder luce verde a Zero, che me la conferma immediatamente. Non perdiamo tempo, l’obiettivo però si rivela già occupato da un’altra pattuglia in esfiltro.

Non possiamo tornare indietro ormai, quindi procediamo alla perlustrazione completa dei vari edifici, dal piano terra al secondo piano. Troviamo un ufficio illuminato, con i progetti della costruzione della nuova sede, ma nessun archivio. Fatichiamo a renderci conto il da farsi, ma rientrando nel vano, notiamo una botola di metallo sul pavimento. Alzato il coperchio, una scala porta in un sotterraneo. Mentre io e bad teniamo la difesa, bulldog chiede le anguste scale e trova finalmente l’archivio, preleva la lista che ci interessa e riappare al nostro livello.

Usciamo di corsa, vedendo altre pattuglie che affollano l’obiettivo, e ci assestiamo al buio poco lontano, per comunicare a Zero la riuscita dell’incursione e per trasmettere a loro le foto della lista. OBJ acquisito.

E’ tempo di dirigersi al punto di esfiltro. Finora ero terrorizzato di doversi mettere una vita per esfiltrare: dovevamo ripercorrere i passi del secondo giorno, andare tutto a nord, ridiscendere verso sud dal versante opposto, guadare di nuovo e risalire verso le macchine. Guardo il gps: Ehi, aspetta! C’è un sentierino che attraversa Valcona Sottana, scende verso un ponte su un affluente del Tanarello e poi verso il ponte Tanarello stesso, permettendoci di tagliare diversi km. Spero solo che il ponti siano in piedi.

Ci incamminiamo al buio, transitando dal ponte stradale attraversato il giorno prima per andare a case Secae ed entriamo in Valcona Sottana. Sembra tutto libero, ma mentre attraversiamo il paese veniamo sopresi da una pattuglia, che completamente al buio ci aspettava. Io e bad cadiamo sotto i loro colpi ma bulldog fa piazza pulita dei primi operatori. L’ultimo si nasconde dietro una casa, seduto su un muretto, con bulldog che lo aspetta. Non ha senso, dovrebbero essere loro a darci la caccia, quindi scegliamo saggiamente di rompere l’ingaggio e procedere a grandi passi verso il sentiero dell’esfiltro.

LA mulattiera che conduce al primo ponte è buia e solitaria e la sensazione che ci da è quella di non essere stata calcata da anima viva da molto tempo. I soliti alberi caduti interrompono la regolarità dei nostri passi ed il rumore del fiume in valle ci anticipa con il suo ruggito l’arrivo al primo ponte. Sarà percorribile? Un guado ora sarebbe un pugno troppo forte per morale e fisico.

Per fortuna, è in piedi, anche se fatto di assi marce. Lo attraversiamo velocemente in apnea e tosti continuiamo il cammino verso il ponte numero due, sul Tanarello.

Anche questa volta, la fortuna ci assiste e attraversiamo con facilità la struttura di pietra che sovrasta il corso d’acqua.

Non ci resta che salire di quota per raggiungere San Bernardo e poi fare l’ultimo pezzo di provinciale che ci porterà fuori area operativa. Siamo un po’ in anticipo rispetto all’orario minimo di esfiltro, pertanto siamo costretti a congelarci per un’oretta imboscati in paese, sul cemento.

Manca ormai poco, e con l’orologio alla mano, comunichiamo l’avvenuto esfiltro.

Il doblò di bulldog che ci ha portato fino qui 4 giorni fa, da lontano appare come un caldo letto che ci aspetta, come è normale che sia dopo 80 ore di fatica.

AL traccia del gps indica poco più di 60km percorsi, una distanza che però non racconta a pieno l’avventura che abbiamo portato a termine.

Mesi di preparazione, sia fisica che tecnica da parte di tutto il gruppo per affrontare in autosufficienza qualcosa che non era mai stato fatto prima nel panorama softair italiano. Non siamo ancora consapevoli del risultato, ma ce ne renderemo conto nei prossimi giorni.

E’ stato qualcosa di epico, come epico è stata la risposta dei miei compagni di viaggio, con cui ci siamo sostenuti a vicenda nei momenti di sconforto e difficoltà e spronati quando una decisione avrebbe potuto cambiare le sorti dell’evento.

Mai una sbavatura, mai uno scazzo, ma un dubbio.

Tre anni per organizzare questo evento da parte degli amici della 17ma Ranger sono stati ripagati in ogni minuto di queste 84h: rendere possibile tutto questo, è gia di per se un successo incredibile.

Ci hanno permesso di agire con i tempi corretti e conformi alla realtà ci hanno messo di fronte a situazioni che finora non erano state nemmeno pensate. Grazie a ognuno di voi, al vostro impegno ed al vostro “crederci”. Ci vediamo tra 3 anni per 100 ore? Non vediamo l’ora onestamente.

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